Dovrei ora copiarvi come promesso le pagine del capitolo 8 della Confraternità dell’Uva, il bel romanzo di Fante di cui parlavo sotto… Uhm ma copiarvelo tutto mi pare davvero eccessivo, per quanto credo che gente come il Dicotomico lo troverebbe interessante: si tratta di una bella riflessione narrata sul leggere inteso come emarginazione dal reale e sullo scrivere come atto di amore verso quello stesso reale da cui si fuggiva, che viene finalmente ad essere compreso….. grazie guarda un po’ al vecchio Fedor.. ora vediamo quanto mi va di copiarvi, prima però lasciatemi un po’ di sfogo personale… [alla fine ho copiato tutto tranne la primissima parte, arf arf]
Mi trovo sul portatile del mio padrone di casa, su cui gira un dannato winzozz 2000 (W Linux), e più precisamente sto battendo i caratteri su un fottutissimo foglio Word (W OpenOffice); salvo tutto sulla mia penna usb e quando ho tempo sbologno tutto su Splinder. Mi trovo a Roma già da un po’, e tutti stanno a chiedermi “Come va lassù?”, “Che si dice nella Capitale?”, “Ti piace Roma?”, ecc, ecc. Poi arrivano le tendenziose mail del Dicotomico Tonino con il bel duetto di Ficarra e Picone (ch’io ho apprezzato dal vivo e gratis nell’aula magna di Lettere e Filosofia a Palermo) che finisce con una frase del genere:
“Io me ne sono andato dalla Sicilia perché ero stanco di perdere”.
“Io, invece, non me ne voglio andare dalla Sicilia, perché voglio provare a vincere, una volta”.
Qui dunque urge una risposta collettiva in forma di assolo di pensiero (vecchio termine landarolo…..)
Roma è una grandissima città, mi sta piacendo senza imporsi alla mente come chissà che in rottura con la Sicilia. Sto conoscendo un casino di gente… sto vivendo senza i miei, senza che la cosa mi pesi. Quindi ragazzi non vi preoccupate, me la cavo benissimo.
Certo mi mancano un po’ di persone, mi manca il mio cane, mi manca scendere via Maqueda, i Quattro Canti, i Candelai, il fuso orario, la vucciria………
La gente crede che chi “se ne va” lo faccia sempre per chiudere in conti con la sua terra, “Che schifo, la Sicilia……!!!” come se fosse quella terra a tappare le ali ai giovani virgulti siciliani e non viceversa. Ma non è che andare a fare la specialistica fuori significhi per forza chissà che abbandono. A volte uno investe sulla sua vita fuori sede, per poter meglio tornare, perché gli servono prospettive nuove, nuovi occhiali.
Uno dei miei obiettivi teoretico-esistenziali è quello di trovare un punto ove fare convergere, lavoro, studio ed impegno politico (quest’ultimo inteso in senso schiettamente rivoluzionario). La Sicilia è il posto dove per ora mi colloco, non c’è che dire…. Spesso mi escono espressioni come “qui a Palermo”, dimenticando che la Sicilia è bella e lontana. Ma sarà davvero così?
Credo che l’abbandono non sia una qualcosa che si collochi ontologicamente a livello di posizione geografica. Abbandonare qualcuno, la terra d’origine o la ragazza che sia, non significa allontanarsi coi piedi, ma con la mente. Mi sto cercando di costruire una storia personale in continuità e non in rottura col passato ed il fatto di essere nato da una parte non lo vivo come un cruccio, anzi. Ho sempre pensato che la mancanza di coraggio nello spendersi a casa da parte dei siciliani fosse uno dei problemi principali della mia regione. Continuo a pensarlo ed essere partito non è in contraddizione con questo pensiero.
E poi, io amo Palermo, ma come disse una volta una mia amica: “Non voglio ritrovarmi tra dieci anni a subire di doverci vivere… voglio conoscere altre città e poter scegliere di tornarci a vivere”.
[Che poi detto tra noi, ma sta Roma non è che non cominci a starmi pure stretta…… ma magari me ne vado a New York o a Pechino. Quanto c’è di treno?]
Ed ancora, c’è chi parte per poter scrivere, come il buon vecchio Henry Molise, alias Arturo Bandini, alias John Fante. Godetevi questa splendida prosa, sentitevi giovani ed incazzati ed imparate ad amare ciò che vi fa incazzare; e fatevi venire la voglia di scrivere:
“Sì me ne andai. Lo feci prima ancora di compiere vent’anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steimbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, solo, ad ascoltare il richiamo della voce dei libri, con la brama di altre città.
Ero ormai sazio di biliardo, di poker, di stronzate dette con un boccale di birra in mano, di scappatelle con i compagni e le ragazze nel fitto di frutteti isolati, a smanacciare goffamente gonne e mutande, a smanacciare invano. Le donne erano belle ma esigenti, e uno se la prende facilmente a diciannove anni; pensa che le donne siano dolci e remissive ma poi si accorge che sono gatti di strada; e allora trova comprensione tra le baldracche, che sono meno bugiarde, e se uno ha fortuna impara pure a leggere.
Il mio vecchio, quel figlio di puttana, caracollando in casa con quel suo grugno fatto a vino, urla accendi la luce, va’ a letto, che diavolo ti è successo, e i libri erano un guaio e la mia mania allarmante, e poi quasi non ero più suo figlio. Trovati un lavoro, sbraitava, fa’ qualcosa di questa tua vita. Aveva ragione. Doveva. Tutti erano d’accordo con lui. Pure i ragazzi della sala biliardi avevano notato un cambiamento. Non ci intendevamo più.
Mi trovai un lavoro. Andai a raccoglier mandorle. Andai a raccogliere uva. Lavorai nei campi di luppolo. Vennero le piogge, e i campi fradici divennero impraticabili, grazie a Dio, e così me ne tornai in cucina, a leggere i miei dolci libri. Pensavano che fossi ammalato: avevo gli occhi rossi, spiritati, e mia madre sentendomi la fronte: Stai bene, Henry? Forse hai preso l’influenza.
Dovrebbe farsi visitare da un medico, diceva mio padre. Che gli trovi che cos’è che non va. Che vuoi fartene della vita? Chi si prenderà cura di tua madre quando io me ne sarò andato? Non c’è nessuno che ti paghi per legger libri. Esci di lì! C’è la guerra. Entra nell’esercito. Va’ a San Francisco. Imbarcati. Trova di che mantenerti. Fa’ l’uomo. Sai che cos’è un uomo? Un uomo lavora. Suda. Scava. Martella. Costruisce. Prende un po’ di dollari e li mette da parte. Senti chi parla, ironizzavo io.
Non c’era risposta per quel dago da trivio, quel wop abruzzese [dago e wop sono espressioni dispregiative usate negli USA per indicare italiani] di umili origini, per quel bruto di un bifolco, quel ruzzolamerda, quel leccaculo. Che ne sapeva lui? Che aveva letto?
Perché io ero a posto. Mi preparavo a qualcosa. Un sentimento nuovo del mondo al di là di San Elmo e della televisione mi scuoteva, mi esaltava, pompava la mia adrenalina. Perché non c’ero arrivato prima? Dove me n’ero rimasto per tutti quegli anni? A cercare di trasportare un secchio,a impastare malta? Chi era che m’aveva bevuto il cervello, che aveva tenuto i libri fuori dalla mia portata, ignorandoli, disprezzandoli? Il mio vecchio. La sua ignoranza, la frenesia del vivere sotto il suo tetto, quel suo blaterare, quelle minacce, e l’avarizia, la prepotenza, il vizio del gioco. Natale senza soldi. Per la maturità un vestito di tela. Debiti, debiti. Smettemmo di parlarci. Un giorno ci incrociammo mentre attraversavamo le rotaie. Lui proseguì per qualche passo, si fermò e attaccò a ridere. Fingeva di leggere un libro e rideva. Non era divertente. Piuttosto mi mandava in bestia, generava in me disprezzo e smarrimento.
Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovič Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.
La settimana prima di lasciare la città l’ufficio di leva mi convocò a Sacramento per la visita. Fui contento di andarci. Qualcun altro al posto mio poteva decidere per me. Fui riformato. Avevo l’asma. Infiammazione bronchiale.
- Non è niente. C’è l’ho sempre avuta.
- Fatti vedere dal tuo medico.
Ricavai le informazioni che mi servivano da un libro di medicina della biblioteca civica. L’asma era fatale? Poteva esserlo. E così sia. Dostoevskij era epilettico, io avevo l’asma. Per poter scrivere bene, un uomo deve avere una indisposizione fatale. Era l’unico modo per avere a che fare con la presenza della morte.
[Citazione presa da John Fante, La confraternita dell’uva, trad. Francesco Durante, Einaudi editore]