Credo che questo sia proprio il mio ultimo post romano, prima di Natale. Come già sapete il 20 notte toccherò terra siciliana, sbarcando alla stazione di Palermo. Mi manca già un po’ Roma, sigh. In questi giorni sono uscito poco, causa esame imminente, perdendomi le preparazioni natalizie della capitale. Se finisco di studiare il grosso, mi abbandonerò ad un po' di sano giorovagare nelle mie ultime notti romane. Peccato proprio che l'esame sia così a ridosso della partenza, ovvero lunedì (parto martedì). Lo stesso giorno, quel gruppo di pazzi che risponde al nome di Villa Mirafiori in Mobilitazione, o quel che resta di questo gruppo, organizzerà una bellissima iniziativa su Pasolini; dipende da quante ore riusciamo a strappare, si faranno più o meno cose. Se qualcuno di voi dovesse passare o stare per Roma, l'appuntamente è a Villa Mirafiori alle 15.30 in aula 12.
Intanto per l'esame ho dovuto preparare un piccolo discorso scritto, ve lo posto sotto, anche se non capirete gran che. Prima metto un'altra inutilità in versi, una dei miei tanti esperimenti poeticanti. Qui si va però più sul politico che sul sentimentale:
Libero
IO sono libero
sono nato libero
morirò libero
nessuno può dirmi nulla
ch’infici la mia libertà
io sono libero,
lo dice la costituzione
lo dicono le leggi
che impongono la mia libertà
lo dice l’esercito
lo dice la polizia
lo dicono le galere
lo dicono i manicomi
lo dice la fabbrica
io sono libero,
ho pure un blog
dove scrivo quello che voglio
sempre che si sottintenda
che questa non è una testata aggiornata periodicamente
e che quindi non è registrata..
che non ho fini di lucro…
ma io resto libero,
di cucinarmi hamburger
di andare al supermercato
e di votare comunista
sono libero
di esser picchiato alle manifestazioni
di esser dichiarato pericoloso
di esprimere la mia opinione,
ma in silenzio….
son libero di sussurrare dissenso
di cantare l’inno nazionale
e di sperare che in futuro
diventi finalmente libero
dall’essere così libero
di non vedere le sbarre
che ho davanti…
Discorso per l'esame di Costruttivismo e operazionismo
Il costruttivismo è una delle tante filosofie marginali del nostro tempo. Mi occuperò in queste poche pagine di esso, sulla scorta della raccolta di saggi intitolata la Realtà inventata (edito in Italia da Feltrinelli), a cura di P. Watzlawick. L’obiettivo che mi sono prefisso è quello di mostrarne intanto le tesi di fondo, tendendo a sottolineare come l’approccio radicale esplicato da von Glaserfeld nel primo saggio, contenga qualche limite, esplicabile anche semplicemente raffrontandolo con quello di Varela (l’ultimo saggio). In secondo luogo accennare i possibili rapporti fra questa teoria e la dialettica – in particolare di quella marxiana –, sulla scorta delle lezioni del prof. Del Bello, del saggio di Watzalawick Componenti di “realtà” ideologica e su quello, interessantissimo, di Elster.
Cosa è il costruttivismo? La migliore definizione che ho trovato è quella data da J. Bruner nel suo La cultura dell’educazione (edito in Italia da Feltrinelli). Egli, infatti, considera fra i principi fondamentali della sua teoria proprio il “principio del costruttivismo”, che spiega in questa maniera: ‹‹La “realtà” che attribuiamo ai “mondi” che abitiamo è una realtà costruita. Per parafrasare Nelson Goodman, “la realtà si crea, non si trova”. La costruzione della realtà è il prodotto dell’attività di fare significato, plasmata dalle tradizioni e dai modi di pensare che costituiscono gli attrezzi di una cultura››. Questa definizione ha il merito di porre l’accento in maniera decisa non solo sull’atto di creazione, da parte dell’io pensante di un “fuori”, ma anche dell’influenza del “fuori” con il “dentro”. Si tratta di ammettere, allora, la storicità della teoria e della validità delle teorie, una storicità intesa in modo complesso, che può aprire, a mio parere strada alla, cosiddetta, “concezione materialistica della storia”. Di questo parleremo dopo; ora m’interessa invece notare che la concezione costruttivista radicale, per come la intende von Glaserfeld, si pone al di fuori dell’orizzonte disegnato da Bruner. Ripercorrendo velocemente il suo contributo, vedremo perché.
Von Glaserfeld, presenta il costruttivimo radicale come un pensiero nuovo, forte e difficilmente accettabile dalla società, in quanto “mina spazi troppo ampi della concezione tradizionale del mondo”. L’ossatura di questa rivoluzione epistemologica, sta nell’assunto che la “realtà” è un’invenzione non consapevole dell’io pensante. Ne consegue che ogni teoria, lungi dall’essere uno specchio di una realtà oggettiva, lungi da essere un qualcosa di omomorfo con quest’ultima, cioè qualcosa che, anche se di natura diversa (spirituale, cognitiva), mantiene la forma di essa, è solo qualcosa che “funziona”. Una teoria è valida finche è adatta al suo scopo; scopo di ogni teoria è spiegare un fenomeno, giungere a formulare previsioni e dare un certo controllo. Inoltre, come diceva Cecconi, la consapevolezza di tutto ciò si tramuta in una “consapevolezza operativa”, utile allo scienziato nella pratica della sua ricerca. L’essere adatta o meno, di una teoria, è però soltanto un episodio casuale. Capire questo, significa capire perché, a mio parere, von Glaserfeld si opponga all’idea di Bruner, che il “fuori” (che per Bruner è principalmente la tradizione) plasmi l’attività dell’io.
Il termine “adatto” è tratto da Darwin, ma proprio la teoria della sopravvivenza del “più adatto” tende, secondo von Glaserfeld, a favorire fraintendimenti. Non esiste in natura qualcosa che sia più adatto di qualcos’altro e questo perché la natura (intesa come ambiente) non si fa problemi etici ne meramente quantitativi… la natura semplicemente uccide chi non è adatto. I caratteri genetici si formano casualmente, senza che l’ambiente agisca in alcun modo nel favorirne alcuni piuttosto che altri. L’ambiente dichiara soltanto l’estinzione di una specie ed è la causa di essa. Ma sulla sopravvivenza non mette bocca.
Tutto ciò serve metaforicamente ad esprimere l’idea che i nostri pensieri sulle “cose” si formano in modo del tutto casuale e da fuori vengono solo conferme di funzionamento o meno. In tal modo, credo, dovrebbero funzionare le stesse “tradizioni”, che non plasmano nulla, in quanto non hanno funzione attiva, ma selezionano i pensieri non “adatti” e li “estinguono”.
La storia dunque ha per, von Glaserfeld, il compito di estinguere teorie non adatte. Quest’idea è decisamente priva di fondamento e l’ultimo saggio di Varela è, in questo senso, illuminante. In esso viene esposta una splendida teoria riguardante i paradossi metalinguistici ed i processi ricorsivi.
Secondo Varela, i paradossi del tipo “Io mento”, lungi dall’essere soltanto indecidibili sul piano del vero o falso, giungono a forme di significato superiore. La loro natura metalinguistica crea un meccanismo ricorsivo (se è vero allora è falso, se è falso allora è vero) che rappresenta intanto, già di per sé, un significato e che riproduce il funzionamento logico della vita, sia a livello cellulare, sia nelle forme superiori, e persino della conoscenza. Così come nelle cellule l’attività della membrana riproduce le condizioni perché la stessa attività vengano reiterate, così il rapporto esterno-interno di un organismo è guidato da regole ricorsive. La vita dunque è un qualcosa che, “paradossalmente”, riproduce la (il)logica del paradosso di Epimenede il cretese. In questo senso, mentre Varela sta concludendo il suo discorso con gli stessi esiti pseudo nichilisti che pervadono l’intero libro – la mancanza di un senso ultimo, la responsabilità personale di ogni pensiero, in quanto in ultima istanza mia creazione, ecc. – gli esce fuori un concetto nuovo, ma vecchio quanto la filosofia: “Che il mondo possieda questa trama plastica[…] mostra, di fatto, la sostanziale infondatezza della nostra esperienza, in cui vengono fornite norme e interpretazioni scaturite dalla nostra storia comune come essere biologici ed entità sociali. In queste sfere consensuali della storia comune noi viviamo in una metamorfosi apparentemente interminabile di interpretazioni che seguono a interpretazioni”. L’uomo è dunque sia animale storico che animale sociale? E tutto ciò è compatibile con quanto dice von Glaserfeld?
Non credo e cercherò di mostrare il perché. Proviamo ad applicare la legge della ricorsività all’interno della teoria evoluzionistica, la cui particolare interpretazione è, come abbiamo visto, il cavallo di battaglia teorico del costruttivismo radicale (posto che quello di Varela sia un tipo di costruttivismo diverso, il che è solo un’ipotesi che prendo per comodità espositiva). Se immaginiamo il rapporto individuo-ambiente, al di fuori della struttura “paradossale” di Varela, giungiamo a conclusioni che non potranno mai differire troppo da quelle di von Glaserfeld; e se invece consideriamo che ogni specie e, persino, ogni individuo è parte integrante del suo ambiente? Se ammettiamo che la nascita di un carattere nuovo cambi l’intero sistema? Se ammettiamo, appunto, l’ambiente come un sistema complesso, dove ogni “oggetto” è in relazione con gli altri? Allora dovremmo dire che la nascita di un carattere è la causa della stessa estinzione, così come la causa della sopravvivenza di un’altra o della possibilità di un’altra ancora di svilupparsi. E’ questo essere causa, è infine, un’essere causa del sistema tutto, al cui solo interno ha senso parlare degli oggetti. Varela spiega questo mostrando come, senza il gioco ricorsivo del sistema cellula, tutto ritorna ad essere brodo primordiale… senza il gioco ricorsivo nell’ambiente non ci sarebbe che materia inerte.
Con altre parole, è il movimento ricorsivo del sistema che da, ad esempio nella cellula, ad ogni parte quella specifica funzione. A livello di episteme diremmo quasi che “il rapporto con l’intero diventa la determinazione che definisce la forma di oggettualità di ogni oggetto della conoscenza”, se solo questa non fosse un’affermazione di Lukàcs e quindi dell’esponente di un pensiero contro cui il costruttivismo si scaglia violentemente. Va notato che le idee di totalità e di sistema non sono molto accentuate in Varela e che quindi c’è un po’ di farina del mio sacco nel far convergere il suo discorso con quello classicamente marxista. Si potrebbe dire che ho costruito ad arte il costruttivismo per farlo giungere dove volevo. Non credo sia così (anche se difficilmente un costruttivista potrevve dimostrare che ho costruito qualcosa di non funzionale) e non credo sia questo il momento di affrontare la questione linee di continuità teorica tra marxismo e costruttivismo. Prima serve finire il ragionamento per cui il costruttivismo radicale risulta infondato.
Ammettere, come fa von Glaserfeld, che il mondo non influisce attivamente nel nostro movimento di porlo secondo una ricorsività paradossale (dialettica?), significa amputare le stesse idee dell’autore. Cosa può mai dire: “Ciò che viviamo e sperimentiamo, conosciamo e sappiamo è costruito necessariamente dai nostri propri elementi di costruzione e si spiega soltanto in base al tipo della nostra costruzione”, se non intendiamo per “costruzione”, anche costruzione sociale? L’educazione comporta soltanto l’eliminazione di teorie non adatte? Ma poi, non adatte a che? Ad un’idea sociale di mondo? E cosa è un’idea sociale di mondo? Bruner, nel testo sopraccitato, espone l’idea che l’educazione deve farsi carico di dare agli studenti le armi culturali per poter sopravvivere in questo mondo, poter “riuscire” in esso e, se serve, poterlo cambiare. L’effetto di tale educazione a costruire è solo quello passivo di mostrare l’inefficacia di alcune costruzioni che tendono all’isolamento sociale? Ed infine, il bambino che a sette anni comprende, dalle informazioni che il mondo gli fa girare attorno, l’esistenza della morte e magari gli da un’interpretazione di tipo cattolico, come di un trapasso in un’altra vita, costruisce questa idea da sé? Crea la morte, anche se fino ad ora nessuna persona conosciuta da lui è mai trapassata davvero? Si potrebbe dire “certo perché scarta la teoria di un mondo privo di morte perché inadatta a vivere in un mondo culturale dove questa idea è presente ed è forte”. Ma questo solo se si ammette che il bambino è nel mondo culturale, con cui interagisce secondo la logica “paradossale” per cui: io creo un mondo e ci metto dentro le cose che il mondo stesso mi dice di mettergli; io pongo il mondo come altro da me, in modo che esso mi dica come è che io sono nel mondo. Guarda caso, proposizioni simili a quelle con cui l’idealismo tedesco ha sbattuto la testa. E qui risuona la tesi del prof. Del Bello: ma questi paradossi, non saranno per caso l’indizio della natura dialettica della realtà?
Non credo di avere la forza per portare fino alla fine il parallelismo. Mi sembra sufficiente l’aver mostrato come, agendo sulle differenze interne al discorso costruttivista, emergano considerazioni che vanno a favore della dialettica, del materialismo storico. Dire che quest’ultimo sia in effetti il contenitore teorico ove la teoria dei paradossi di Varela e di Watzlawick trova la loro sistemazione ideale sarebbe pretenzioso per le mie forze. Per quanto civetti da un po’ di anni col marxismo ed abbia alle spalle la lettura di un altro testo di Watzlawick, non posso dire di padroneggiare i due discorsi in modo tale da fare raffronti approfonditi. A meno che non mi metta a “costruirli”, cosa che non è propria del mio stile. Mi limito allora a suggerire quest’ambito di ricerca, alla luce delle considerazioni fin qui fatte, che hanno, credo e spero, una loro originalità. Ma un punto su cui posso tranquillamente arrivare è l’analisi critica dell’ “anti-bolscevismo” che soggiace all’intera costruzione di questa raccolta di saggi, con punte luminose come, a mio parere, il saggio di Elster ed altri meno profondi come quello del curatore. Il quale tiene a precisare, che Marx non è stato tradito dai successori, ma tutta la violenza che nella storia ha contraddistinto il socialismo reale ha radice nel fondo del pensiero marxiano (e non semplicemente marxista). Di tutto questo si deve dare un breve conto.
Partiamo proprio dalla critica all’ideologia che Watzlawick fa nel saggio Componenti di “realtà” ideologica. Riassumendo l’ossatura del discorso, possiamo dire che: ogni ideologia, a prescindere dal suo contenuto – che può essere il più vario – sfocia sempre nella sua applicazione in oppressione e violenza. La radice di ciò sta nella “primitività” del pensiero ideologico che pretende di aver raggiunto la VERA conoscenza della totalità, idea che risulta autocontraddittoria e che apre inevitabilmente alla costrizione violenta dell’altro alla propria idea. La somiglianza fra il regime sovietico e quello nazista dipende, dunque, dal fatto che sia Hitler, sia i vari Marx, Engels e Lenin erano “anime semplici”, preda dell’utopia di sapere ormai tutto. Inoltre, tipico dell’ideologo è quello di tendere alla società perfetta, non comprendendo come il mondo sia di per sé un sistema complesso, dentro il quale non ha senso parlare di perfezione. Il volere un mondo perfetto dove tutti sono felici è un atteggiamento infantile e che tende piuttosto pericolosamente a realizzare l’esatto contrario.
In sé e per sé, questa critica all’ideologia non risulta particolarmente originale. Che un pensiero si ponga come “vero” ora e per sempre è ovviamente un qualcosa di negativo. La cosa che colpisce è che venga considerato tale anche il pensiero del povero Marx, che poco sembra entrarci. Se infatti andiamo un po’ più a fondo nel pensiero di Marx di una lettura veloce all’Ideologia tedesca, unico testo di Marx-Engels messo in bibliografia nel saggio, non possiamo non accorgerci che:
1) Esso si fonda su un atteggiamento dialettico, nel quale ogni pensiero ed ogni idea rappresenta un momento della verità e non la VERITA’ e verrà prima o poi superato a causa dell’emergere di contraddizioni reali (paradossi pragmatici?).
2) Gran parte della polemica con il socialismo utopistico verte sulla critica, per cosi dire, Watzlawickiana di un pensiero che si fondi su ipotesi morali (io voglio un mondo così e così). Marx, nei limiti storici della sua teoria, dimostra che il comunismo è “nelle cose”, è deducibile a partire dalle contraddizioni reali del capitalismo. Un’idea politica fondata solo su presupposti morali è per lui borghese, ovvero paradossalmente come la pensa Watzlawick.
Soprattutto il primo punto sembra sfuggire del tutto a Watzlawick. In realtà, perché in parte coglie un aspetto critico del pensiero marxista. Si noti l’argomentazione di Lukàcs rispetto a cosa sia un marxista ortodosso: “Il marxismo ortodosso non significa […] un’accettazione acritica dei risultati della ricerca marxiana, non significa un atto di fede in questa o quella tesi di Marx, e neppure l’esegesi di un libro sacro. Per ciò che concerne il marxismo, l’ortodossia si riferisce esclusivamente al metodo. Essa è la convinzione scientifica che nel marxismo dialettico si sia scoperto il corretto metodo della ricerca…”. Ora qui si direbbe che siamo davanti ad un punto di contatto fra l’antibolscevismo costruttivista ed un pensiero di uno dei massimi teorici marxisti in seno all’Urss (anche se Storia e coscienza di classe venne messo al bando). In realtà c’è da dire che da un punto di vista strettamente dialettico, o meglio materialista storico, lo stesso metodo è soltanto storicamente dato e non è per sempre. L’idea che il mio metodo sia l’unico capace di svelare la realtà – che poi è l’atteggiamento tipicamente costruttivista – non coglie la possibilità di essere esso stesso superabile. Ma questa coscienza non è molto viva all’interno del pensiero marxista. Dal punto di vista costruttivista sarebbe come dire, che la teoria per cui noi costruiamo la realtà in cui viviamo potrebbe risultare un giorno poco adatta a descrivere certi fenomeni, ponendo la necessità di un fantomatico neocostruttivismo. Probabilmente era questo essere superabile di ogni teoria, comprese quelle metodiche, e quindi questa necessita di antidogmatismo che fece dire a Marx: “io non sono un marxista”.
Vi sono comunque tanti spunti interessanti all’interno del testo di Watzalawick, e rispetto ad un interpretazione dialettica delle teorie costruttiviste del paradosso, non si può non mettere in luce il concetto di enantiodromia, che tanto assomiglia alla struttura ricorsiva di Varela. Le mie critiche erano solo riferite a quella che per me è una cattiva lettura del marxismo. Ma qui non ho il tempo di affrontare tutte le questioni e concludo quindi con un piccolissimo riferimento al saggio di Elster.
In questo saggio, l’unico autore che fra questi pare possedere una cultura realmente filosofica (per lo meno secondo la nozione classica del termine) propone una tesi singolare: il logico/romanziere Zinoviev, nei suoi due romanzi di critica all’Unione Sovietica, non fa che portare alla luce alcune paradossi pragmatici (nel senso caro a Watzlawick) propri della vita nella società sovietica, grazie alla sua familiarità con la logica formale; questo dimostrare la paradossalità della realtà sovietica, pone Zinoviev all’interno di quella stirpe di pensatori dialettici che Elster riassume con tre nomi: Hegel, Marx e Sartre. Anche costoro infatti hanno nelle loro opere mostrato le contraddizioni e quindi le illogicità interne ai sistemi sociali del loro tempo. Questo discorso è interessante per due motivi: intanto è un’altra voce a favore della tesi che vede una stretta correlazione fra una critica di uno stato reale sulla base dell’emergere di paradossi pragmatici ed il metodo dialettico; poi da una spiegazione, mutuata da Zinoviev, dei paradossi pragmatici diversa da quella solita. E’ poi forse possibile fare un parallelo con la spiegazione del paradosso di Zenone fatta da Guido Calogero, il quale conclude il suo discorso definendo quel paradosso il primo esempio di dialettica reale, nel senso moderno. Ma anche qui siamo oltre il nostro campo. Mi accontenterò di mostrare la spiegazione di Elster:
Posta un’affermazione, ad esempio:
A crede p
esistono due modi diversi di negare quest’affermazione
Negazione passiva: non(A crede p)
Negazione attiva: A crede non p
Un esempio pratico di questa differenza è quella della doppia possibilità di non essere credenti: l’ateismo e lo gnosticismo. L’ateo è colui che nega attivamente Dio, ovvero “è convinto che Dio non esista”; l’agnostico lo nega solo passivamente, ovvero “non è vero che crede che Dio esista e non è vero che crede Dio non esista” (quindi non è vero che crede in dio, ma neanche che crede in non dio).
Ora alla base dell’ “inferno sovietico” vi stanno il reiterarsi di paradossi pragmatici dovuti sia a mentalità primitive incapaci di cogliere questa differenza logica (ed ad altre simili), sia a situazioni spiegabili secondo la logica paradossale di Varela, come il fatto che una legge serva solo a punire chi non la rispetta. Il saggio analizza abbastanza bene questa illogicità pragmatica. Ciò che mi preme sottolineare è però la conclusione del discorso di Elster:
“Zinoviev ha dimostrato nel modo più straordinario che non solo la logica formale e l’analisi dialettica non sono incompatibili, ma che quest’ultima può essere compresa solo attraverso la prima. […] L’opera di Zinoviev schiude alle scienze politiche orizzonti completamente nuovi, dimostrando l’esistenza di un fenomeno fin qui trascurato, quello dell’irrazionalità politica.”
E dunque sorge una domanda: se è possibile ripensare la dialettica sulla base della logica formale e dei suoi paradossi, è possibile ripensare i paradossi pragmatici all’interno di una teoria dialettica? Con questa domanda chiudo, visto che le ho ampiamente passato le due, tre paginette richiestemi.