La vita di un blog ha strani andamenti. Scriverci non è, né deve esser un mestiere, quindi ci sono volte che uno ha tanta voglia di scrivere e riempie pagine su pagine e volte che uno non si sente particolarmente fertile ed ispirato. In questi giorni sto leggendo abbastanza (vi scrivo da Bagheria dove sono arrivato ieri, ripartirò presto per Roma, però) e sto leggendo cose belle. Finito in teno Il sogno di una cosa di Pasolini ed ho quasi ultimato Lettera Aperta di Goliarda Sapienza. Quest'ultima è una mia scoperta recente. Letta d'un fiato L'arte della gioia, nei giorni dei primi di Marzo, quando dovevo studiare, ma mi dilettavo con la letteratura, e l'altro giorno mi son imbattuto in quest'altro libro, il suo esordio letterario: sconnesso, rigurgitante di vita e di flussi di pensieri. Come un blog ante litteram, ma uno di quei blog che quando trovi ti chiedi, “come cavolo fa, una scrittura spontanea (o finta spontanea) ad essere così ricca, calda, intima e mai volgare o patetica?”
Vi copio il primo capitolo, visto che io sono praticamente a terra come ispirazione; chissà che in questo modo non venga a qualcuno di voi il desiderio di comprarsi questo piccolo libriccino edito dalla Sellerio. Sembra, a tratti davvero la pagina di un blog pubblico e spero che vi piaccia.
Non è per importunarvi con una nuova storia né per fare esercizio di calligrafia, come ho fatto anch'io per lungo tempo; né per bisogno di verità – non m'interessa affatto, – che mi decido a parlarvi di quello che non avendo capito mi pesa da quarant'anni sulle spalle. Voi penserete: perché non se la sbroglia da sé? Infatti ho cercato, molto. Ma, visto che questa ricerca solitaria mi portava alla morte – sono stata due volte per morire “di mia propria mano”, come si dice – ho pensato che sfogarsi con qualcuno sarebbe stato meglio, se non per gli altri almeno per me. E che faccia bene parlare delle proprie cose, ho dovuto sperimentare che ha qualche fondamento reale. Come vi ho detto, questi quarant'anni, o meglio i primi vent'anni di questi quarant'anni, a furia di volerli scientemente ignorare, si sono così ingarbugliati che non riesco a districarli, a fare ordine. Io purtroppo sono molto ordinata, anzi direi un po' fissata: e così i fatti passati mi schiacciano come una mosca ai muri di questa stanza che si è fatta troppo piena. Capirete, ci vivo da sempre. Ci sono libri naturalmente, quadri, specchi, tavoli, tanti tavoli che uno sta sull'altro, oggetti inutili che ho comprato o che mi hanno regalato e che non ho osato rifiutare. Vi spiego: oggi è venuta come al solito Dina per pulire: viene due volte la settimana. E spolverando un piccolo animale stilizzato, naturalmente svedese, che mi regalò George, ha esclamato sottovoce: “Quant'è brutto!”. Lo sapevo, lo so da quando me lo regalò: ma sentirlo dire mi ha fatto ricordare quanto è rimasto brutto in tutti questi anni. E mi è venuto il sospetto che non ci si voglia mai disfare delle cose brutte che ci cascano fra le mani perché pensiamo che la nostra vicinanza le possa migliorare. E così, con questo sospetto che ha tarlato la mia sicurezza, ho buttato via l'animaletto e mi sono decisa a parlarvi.
Scusate ancora, ma ho bisogno di voi per essere in grado di sbarazzarmi di tutte le cose brutte che ci sono qui dentro. Parlando, dalla reazione di chi ascolta, puoi capire cosa va tenuto e cosa va buttato. Ho bisogno di voi per liberarmi di tutte le cose inutili che affollano questa stanza. Ho la bocca piena della loro polvere. Ho detto un minimo di ordine, non di verità.
Anche voi associate la parola “ordine” con la parola “verità”, e la parola “intelligenza” con la parola “bontà”? Ho fatto sempre quest'errore. Non mi fraintendete, non “verità”: ma solo un minimo di ordine in tutte queste non verità, nelle quali nascendo, o meglio – come diceva mio fratello Ivanoe – cascando da quel cavolo sulla terra, mi sono trovata a strisciare prima, e a camminare dopo. Non vorrei buttare discredito sui morti e sui vivi che ho incontrato, ma visto che mi sono state dette, come a tutti del resto, più bugie che verità, come potrei io, ora, sperare di parlarvi illudendomi di arrivare ad un ordine-verità? E no: credo proprio che questo mio sforzo, per non morire soffocata nel disordine, sarà una bella sfilza di bugie.
Pazienza! Speriamo, almeno, di riuscire a districarle, così che ci si possa passare lo straccio per spolverare senza sbattere in un vasetto sbreccato, uno specchietto antico, un orologio fermo dalle due e mezzo (da quando?).
Goliarda Sapienza, Lettera aperta, Capitolo I, Sellerio Editore.
Landofnowhere @ 00:27 | commenti:
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