guido dixit

il pacchetto

Archiviato il 05/02/2009 in:
Eccomi, come promesso, con il mio post mensile.
Argomento: pacchetto sicurezza.
Il problema della sicurezza è senza dubbio una delle chiavi di lettura del nostro tempo. È un problema che fra l'altro sento mio. Il De Mauro dà al termine "sicurezza" questi sinonimi: tranquillità, certezza, punto di riferimento, punto fermo, riferimento. Ora è innegabile che gli anni che viviamo hanno poco a che fare con tutti questi concetti. Non certo per la crescente immigrazione, quanto per l'assoluta precarietà e labilità delle nostre esistenze. La parola sicurezza non può essere ridotta al numero di violenze avvenute per strada, pur essendo una componente importante: ma le morti nel lavoro, la precarietà, gli stipendi bassi (che ti legano sempre più ad una dipendenza stretta, di esistenza quotidiana al lavoro precario cui ti sei prostrato), l'erosione del potere d'acquisto degli stessi, l'inquinamento. Dalla salute alla benessere economico, niente sembra "sicuro" in questi tempi. Ciò genera una paura fottuta del futuro, che la mia generazione forse conosce meglio di tutte le altre.
E le forze politiche al governo del nostro paese, sia sotto forma di maggioranza che di opposizione, nel fronteggiare una crisi, la cui unica cura possibile è stato stabilito essere l'acuirsi della nostra "insicurezza", da un lato peggiorano sensibilmente la situazione con leggi ammazza sindacato; dall'altro mistificano il naturale sentimento di insicurezza, indirizzandolo verso la xenofobia. Personalmente, dopo il pacchetto sicurezza mi sento meno sicuro. Nel mio diritto di protesta, nel mio vivere quotidiano, nelle mie serate fuori. La sicurezza invocata dal governo, non è che la sicurezza dalla vita, dai rischi e dalla bellezza del vivere in rapporto con gli altri. Le varie regole che si susseguono, fra leggi di stato e decisioni di sindaci fascisti, vietano lo star fuori la notte con una bottiglia di birra, i graffiti, l'essere giovane come l'essere diverso (Rom, immigrato, altro). Chiedono ai medici di denunciare gli extra-comunitari che visitano, di fatto negando il diritto alla cura agli stessi. L'emarginazione crea emarginati: e gli "emarginati", coloro che la società ha messo agli angoli, sono per diritto "naturale" violenti e pericolosi. Fra l'altro si tratta di una decisione che non agirà sulle due categorie mediaticamente più sotto tiro: i rumeni sono comunitari ed i rom sono per maggioranza di nazionalità italiana o, anche loro, rumena.
Il razzismo dilagante mi rende meno sicuro... sia perché evoca contro-odio, sia perché gente che impara ad odiare è sempre gente di cui posso fidarmi di meno. Ed il razzismo si unisce alla noia, imposta e voluta dal governo: se qualcuno brucia un indiano, non si sa più se la colpa sia del razzismo, dell'odio per l'emarginato in genere o della noia generazionale. E dove c'è razzismo ci sta l'omofobia; chi come me ha amici gay, può stare tranquillo in un periodo del genere?
Ed in tutto questo, il grande nemico evocato da tutti per bandirlo resta, paradossalmente, il comunismo. Incarnato in figuri tristi e spenti, cattivi solo con i compagni ed incapaci di essere qualcosa di più che l'ombra di un'ideologia, viene additato come segreto responsabile del "buonismo" nei confronti degli immigrati. E dunque nessuno parla di salari, di diritti sindacali (chi lo fa è un "bolscevico conservatore", invece di un semplice riformista progressista), se non al ribasso. E la gente per strada viene picchiata perché omosessuale, migrante, nomade o semplicemente diversa con la complicità più o meno nascosta delle istituzioni. Indirizzare la rabbia sociale contro le minoranza è un vecchio trucco populista per ottenere consenso, mentre la stessa misera democrazia liberale è erosa nei principi, con la connivenza di un P.D. ansioso di esercitare, prima o poi, lo stesso immane potere.
Una spaccatura è in atto. Ai cortei i migranti cominciano ad essere la maggioranza. Proletari veri e vari, non coesi, ma uniti nella miseria e nei torti subiti. Sono loro la coscienza di questo paese, passatemi il termine, la coscienza antifascista. Lo sono "immediatamente" (senza medium), perché ne fanno la spesa direttamente. Noi siamo troppo presi da immaginari privilegi, di fatto già svaniti, per rendercene conto. Viviamo la nostra rivalsa con chi ci sta sotto e non sentiamo il piede armato da anfibio che ci calpesta il viso.
E chi dovrebbe far rappresentare storicamente il contraltare a tutto questo dilagare di fascistume (non fascismo, perché al momento ha forme un po' di verse, ma lo spirito è quello) si ritrova a discutere della sopravvivenza del proprio orticello elettorale o della propria ideologia (non che mi aspettassi altro da questa gente). Troppo borghesi per fare resistenza.
Tutto ciò mi fa paura. Non ho certezza per il futuro, né punti fermi. Semplicemente c'è bisogno, oggi più che mai, di lottare.
Landofnowhere @ 17:16 | commenti: commenti (2)(popup)